Intervista al Prorettore Vicario Alessandro Balducci

  • Fabio Frassini

Ultimamente nel nostro ateneo “the topic” è la decisione del Senato Accademico di avere, a partire dall’ A.A. 2014/2015, tutte le lauree magistrali in lingua inglese.

Il clamore della decisione, ai più, può sembrare forse eccessivo, ma in quelle che saranno le parti attive di questo cambiamento la decisione è stata come uno tsunami, partito in sordina ed esploso, con tutta la sua potenza dirompente, in un vero e sostanziale dibattito accademico a tutto tondo, dove le 3 facce del nostro PoliMi si son trovate faccia a faccia trovando supporto trasversale per ognuna delle considerazioni in esame. 

Partendo dal singolo studente, che non si sente pienamente a suo agio, al professore di grido che l’inglese lo utilizza “day by day” in quella che è la sua ricerca scientifica, noi studenti abbiamo cercato di fare un poco di ordine e, dalle svariate centinaia di osservazioni che abbiamo ricevuto al nostro sondaggio (sia sul nostro sito sia sui social network) il “sentiment” è ampiamente a favore della scelta, la proporzione è quasi 75 a 25 . 

Ora ci chiediamo: siamo noi che, senza esperienza, non ci accorgiamo del problema? Noi che, guardando al futuro, cerchiamo tutte le opportunità di una innovazione, in quanto giá proiettati in un mondo in cui le connessioni lavorative ci porteranno a condividere le nostre strategie di impresa a livello internazionale, in quanto futura classe dirigente o forse ci manca qualche tassello per poter completare il puzzle?

Ci siamo quindi confrontati con colui che di questa proposta ne è in un certo senso il padre, il Professor Balducci (Delegato dal Rettore per il tema dell’internazionalizzazione).

Buon giorno professore, innanzi tutto cosa insegna e quali sono stati i suoi studi?

Buongiorno ragazzi.

Sono Dottore di Ricerca in Pianificazione Territoriale e Prorettore Vicario del Politecnico di Milano.

Sono professore ordinario di Pianificazione e Politiche Urbane e fino a pochi mesi fa coordinatore del Dottorato in Spatial Planning and Urban Development.

Sono stato Direttore del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano (2001-2008), Presidente dell’ AESOP, la Associazione delle Scuole Europee di Pianificazione (2001-2004), membro fondatore della European Urban Research Association (EURA) e sono attualmente Segretario Nazionale della SIU, la Società Italiana degli Urbanisti. (http://www.sandrobalducci.com/)

Quali sono i suoi progetti nel campo dell’internazionalizzazione?

Possiamo dividere la tematica dell’internazionalizzazione in due differenti aspetti:

  • OUT: coordino un team di delegati, ognuno di loro focalizzato su una specifica area geografica, che si occupa, su base triennale, di sviluppare progetti interculturali, che variano argomento in base alle peculiarità di ogni singola zona di interesse, come ad esempio le aree del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) rispetto alle quali il nostro Ateneo è particolarmente sensibile.
  • IN: è stato promosso un progetto di sostegno all’internazionalizzazione, che prevede la chiamata del 20% di docenti non italiani, riferendosi anche alle indicazioni della riforma Gelmini che, associato all’Internazional research Fellowships, prevede la promozione di assegni di ricerca per giovani ricercatori provenienti da tutto il mondo, e alla possibilità di chiamare professori in anno sabatico, che hanno quindi la possibilità di insegnare al Politecnico.

Lei è stato il promotore del campus sostenibile, crede che la concezione di campus possa fare da apripista ad una nuova concezione di università?

Si.

L’idea nasce da lontano, ovvero dall’esperieza di grandi università interazionali come Cambridge l’ETH o Berkeley. Nasce con lo scopo di amplificare le nostre conoscenze in termini di ricerca e innovazione attorno al nostro campus, per poterlo trasformare in una sorta di laboratorio di sostenibilità per la stessa città di Milano.

È sviluppato in quattro marco-tematiche, ovvero: people, energy, enviroment e accessibility. Alle suddette si può accedere dal portale http://www.campus-sostenibile.polimi.it , nel quale la comunità ha la possibilità di proporre interventi, idee e soluzioni per il miglioramento della zona interessata.

Il progetto fa anche parte dell’International network for sustainable campus (http://www.international-sustainable-campus-network.org) di cui fanno parte le più prestigiose università mondiali.

Associata a questo progetto si affianca una nuova idea di università impegnata nel sociale: il PoliSocial.

L’università non è un soggetto estraneo ai processi che governano i cambiamenti sociali e le dinamiche di crescita dei popoli. Al contrario, essa prepara nuove generazioni di professionisti capaci e di cittadini consapevoli, in grado di affrontare le sfide del presente e del futuro, e operare per il bene comune. 
Il Politecnico di Milano si pone come interlocutore a livello nazionale e internazionale per supportare una progettualità concreta, efficace e soprattutto attenta allo sviluppo della collettività.

http://www.fondazionepolitecnico.it

Lei è stato anche Prorettore del polo di Mantova, l’idea di campus, se sviluppata in una sede distaccata, può fare si che si sviluppi un polo di assoluta eccellenza che faccia da volano per tutta l’area in cui è ubicato?

Assolutamente si.

Il lavoro implementato nel polo di Mantova, grazie al contesto socio-culturale in cui è immerso, ha permesso di poter instaurare una collaborazione con l’UNESCO per una cattedra che ci permetterà di attivare collaborazioni con professori, dottorandi e studenti per la creazione di un network internazionale di alto livello che ci permetterà di istituire un corso di architettura in inglese e delle summer school.

Tutto ciò a partire da settembre 2012.

Curiosando tra i vari ranking mondiali si scopre che delle prime 100 facoltà di ingegneria 75 cono di lingua inglese. Perchè uno studente di lingua inglese dovrebbe venire al Politecnico di Milano? Questa nostra scelta potrebbe permettere a qualche studente italiano di evitare questo percorso inverso?

L’intento è anche quello di impedire la “fuga di cervelli”, della quale il nostro Paese è vittima da anni.

L’attrattività del nostro Ateneo è la qualità della formazione che, con l’entrata in vigore delle Lauree Magistrali in lingua inglese, potrà essere rafforzata dagli accreditamenti EUR-ACE, per l’ingegneria, e RIBA, per l’architettura.

Questo si associa al livello di contribuzione studentesca, che paragonato ai competitors internazionali, risulta essere particolarmente favorevole, alla nota attrattività del nostro Paese e ai ranking che ci posizionano ai piani alti delle graduatorie, in particolar modo la competenza che il mondo del lavoro ci riconosce ci posiziona al 6° posto, dopo cinque università inglesi.

Parlando di architettura, Lei non crede che la scelta della lingua inglese possa indebolire l’insegnamento della cultura italiana, considerando il patrimonio storico-artistico del nostro Paese? O meglio detto, crede che l’insegnamento in una lingua differente alla laurea magistrale possa essere d’aiuto o meno a quello che oggi risulta essere il mondo del lavoro?

No.

È proprio questo il motivo per il quale si è deciso di lasciare le lauree triennali nella nostra lingua madre, in modo da sviluppare una solida base improntata sull’ “italiano”.

La scelta della LM in inglese dovrebbe solo aiutare i nostri ragazzi, a lavorare nella lingua che consente la maggiore circolazione su un mercato del lavoro particolarmente difficile, e per poter aumentare l’interazione con il resto del mondo.

E, come tutti sanno, per la comunicazione tra i vari popoli si è scelto proprio l’inglese.

In generale, essendo il cambiamento della lingua per le lauree specialistiche un modo per facilitare l’internazionalizzazione del Politecnico, cambierà anche il metodo di insegnamento, avvicinandoci ai metodi di insegnamento delle restanti università europee, dove si prediligono gli aspetti pratici rispetto a quelli teorici?

La speranza è proprio questa.

Ci piacerebbe usare questa occasione per innovare la didattica, favorendo nel tempo l’introduzione di nuovi laboratori didattici (fattore attualmente penalizzante del PoliMi) e riaggiornando la struttura generale dei corsi e dei metodi di insegnamento.

Internazionalizzazione comporta inevitabilmente apertura, anche delle proprie risorse: come si potrebbe inserire in questo ambito un progetto di condivisione sul Web di tutto il materiale dei corsi del Poli, opportunamente tradotto in lingua inglese?

Il percorso è già avviato.

Infatti con BeeP, la nuova piattaforma online dei corsi, e iTunes university, al quale presto prenderemo parte, l’idea di nuovi strumenti di supporto alla didattica classica riceverà un improvement notevole.

Inoltre sarà un modo per aumentare le attrattive del nostro Ateneo, così da permettere anche agli studenti stranieri di valutare la qualità dei nostri corsi e scegliere il nostro PoliMi come opportunità per la loro esperienza formativa.

I dubbi di molti studenti si accentrano sul fatto che la componente docente sia abbastanza preparata a questo cambiamento, cosa possiamo rispondere?

Naturalmente non stiamo sminuendo la complessità del cambiamento, altrimenti si sarebbero potute istituire le LM in inglese anche dal prossimo anno accademico.

Studiando le necessità dei docenti e del personale di Ateneo abbiamo scelto il 2014 come anno di inizio, avendo creato un piano di azione, già intrapreso con un sondaggio valutativo della conoscenza, in modo da far partire prima possibile corsi di aggiornamento in lingua e preparare l’intero Ateneo al cambiamento, così che qualunque studente, italiano o internazionale, possa affrontare con serenità il cambiamento.

Lei crede che per noi studenti, in una ottica di ateneo internazionale, sia possibile rimuovere alcune delle barriere che non permettono, a tutti quelli che lo vorrebbero, di avere una esperienza di studio internazionale, magari avendo l’opportunità di studiare programmi ad hoc?

Sicuramente si.

Vi riporto un esempio: trovandomi a discutere con degli studenti della Tongji University di Shangai, ho notato la loro ottima conoscenza dell’inglese, quando ho chiesto se avessero avuto esperienze di studio all’estero, mi hanno detto che non erano mai usciti dal loro Paese.

Quegli studenti sono però pronti a lavorare e a comunicare in tuto il mondo. È proprio questo il nostro intento, fornire un’esperienza internazionale anche a coloro che non hanno i mezzi per andare a studiare all’estero. La lingua inglese ci fornisce oggi maggiori opportunità di lavoro e di relazione con il mondo e “noi” Politecnico vogliamo aiutare i nostri alunni ad avere non solo un ottimo presente, ma anche un proficuo futuro.

Ringraziamo il Prof. Alessandro Balducci per la sua disponibilità e per i chiarimenti in merito a questo delicato tema.